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Questi racconti sono stati scritti nell'ipotesi che la coscienza non sia un'invenzione degli uomini ma una proprietà più antica, distribuita nel mondo con criteri che non ci riguardano.
Non è un'ipotesi originale. Platone la conosceva. La conosceva Aristotele, che poi la rifiutò. La conoscono, in forme diverse, le tradizioni di ogni continente abitato. La biologia contemporanea vi si avvicina con la cautela di chi non vuole essere frainteso.
Questi racconti non cercano di dimostrarla. Non sono un argomento. Sono, per usare una parola imprecisa ma necessaria, un esperimento: cosa accade se si racconta dall'interno un'esistenza non umana, con la stessa serietà e la stessa oscurità con cui si racconterebbe dall'interno un'esistenza umana?
Cosa rimane uguale? Cosa risulta, all'improvviso, intraducibile?
Ogni voce in questa raccolta parla in prima persona. Ogni voce descrive il proprio tempo, il proprio territorio, la propria forma di conoscenza. In nessun caso quella voce nomina se stessa con il nome che gli uomini le hanno dato. I nomi - latini, binominali, precisi come sentenze - appaiono solo alla fine, nelle note di chi osserva dall'esterno: il biologo, il naturalista, il ricercatore.
Questi ultimi capiscono sempre qualcosa. Non capiscono mai abbastanza.
La domanda che resta aperta, dopo ogni racconto, è sempre la stessa. La formulò per primo, involontariamente, un osservatore di fondali marini su un registro di campo: come si descrive qualcosa che non ha mai la stessa forma?
Non ho una risposta. Ho questi testi.
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