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Sotto la terra del Salento, dove l'aria sa di pietra viva e di sansa antica, il tempo non scorre: preme.
Quando una tempesta chiude l'accesso a un frantoio ipogeo, Giosuè e Lino, trappitari di inizio Novecento, restano intrappolati nel ventre della roccia. Tre giorni e tre notti di buio, fame e silenzio. Tre giorni in cui la macina rallenta, l'acqua scarseggia e la memoria prende voce. Attorno a loro, il frantoio diventa un organismo che respira, una cattedrale laica dove riaffiorano storie di padroni e massari, di donne rimaste in superficie, di guerre lontane che arrivano in forma di lettere, di America sognata e temuta.
Piantamara è il romanzo di una civiltà contadina stretta tra sopravvivenza e dignità, raccontata dal basso, con la lingua della terra. L'olivo - pianta millenaria, madre e giudice - attraversa le pagine come una presenza morale: dà lavoro e vita, ma chiede sacrificio; unisce e divide, resiste mentre gli uomini vacillano. Nel buio del frantoio, la grande Storia entra senza bussare: crisi agrarie, emigrazione, modernità che avanza e promette, ma non salva tutti.
Con una prosa intensa e documentata, Piantamara intreccia memoria e denuncia, invenzione narrativa e verità storica. È il racconto di chi ha lavorato sottoterra perché altri vedessero la luce; di un paesaggio che oggi si mostra ai turisti, ma che porta ancora addosso il peso di chi l'ha costruito goccia a goccia, come l'olio che cola lento dalla pietra.
Un romanzo sul lavoro invisibile, sulla resistenza degli ultimi e sul tempo lungo dell'olivo - che non dimentica.