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Gertrude Stein scrisse questo piccolo libro nel 1933, a oltre trent'anni di distanza da quando, nel 1905, il giovane Picasso, di cui fu amica per tutta la vita, dipinse il suo famoso ritratto. In queste pagine, al tempo stesso narrative e critiche, tutte le fasi della parabola artistica del pittore che ha dominato il Novecento – dal periodo rosa alla scoperta dell'arte negra, al cubismo, al neoclassicismo – vengono osservate e analizzate dalla Stein con un'attenzione penetrante, con una devozione senza riserve che però non le impedisce di mantenere la massima autonomia di giudizio. Ecco ad esempio come, in poche semplici parole, riesce ad evocare la dirompente novità che fu, all'inizio del ventesimo secolo, l'arte di Picasso: «Non bisogna mai dimenticare che la realtà del ventesimo secolo non è la realtà del diciannovesimo, non lo è per nulla e Picasso fu l'unico in pittura a sentirlo, l'unico. La lotta per esprimere tutto questo si faceva sempre più intensa. Matisse e tutti gli altri vedevano con i loro occhi il ventesimo secolo ma era la realtà del diciannovesimo secolo quella che vedevano, Picasso fu il solo in pittura a vedere il ventesimo secolo con i suoi occhi e ne vide la realtà e di conseguenza la sua lotta fu terrificante, terrificante per lui stesso e per gli altri, perché non aveva niente che lo aiutasse, il passato non lo aiutava, nemmeno il presente, doveva fare tutto da solo».