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Solitamente ci affrettiamo a togliere dalla vista ogni segno o richiamo della nostra debolezza, della nostra mortalitŕ, e ciň č piů che comprensibile. In un'epoca in cui l'intelligenza si distoglie non solo dalle vicende immediate della coscienza, ma piů in generale dall'uomo, Améry riflette in questo suo libro sul vissuto, sui segni che la vita lascia sul nostro corpo, registrando con la maggiore luciditŕ e fedeltŕ possibili i processi nei quali si trova invischiato chi invecchia, cioč tutti noi. Le sue sono le riflessioni di uno stoico estremo, che procedono sostanzialmente con il metodo dell'introspezione, senza tuttavia trascurare l'osservazione e l'immedesimazione, ma tralasciando volutamente ogni criterio di scientificitŕ, o tantomeno di rigore logico. Jean Améry riflette su quell'implacabile perdita di terreno che chiamiamo invecchiare, e, anche se la sua analisi mette in gioco la sua propria sfera personale, e nonostante non vi sia traccia di dubbie attribuzioni di valore del declino - la saggezza dei vecchi, la nobiltŕ della rassegnazione -, le sue parole riguardano tutti noi. Presentazione di Claudio Magris.
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