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Mentre la voce di tuono del Duce risuona nelle piazze, “pugni sui fianchi e bacino ostentato, pose erotizzate, istrioniche”, Sigmund Freud si perde nella selva di rovine antiche, catturato da una Roma magnifica e grandiosa che amplifica le sue inquietudini. Accanto a lui la figlia Anna, più che mai sospesa tra devozione filiale e un desiderio di emancipazione silenziosa, ma con lo sguardo sempre rivolto al padre. È il teatro di questa vicenda immaginaria, che entra nel vivo quando il Duce decide di rapire Freud per farsi psicanalizzare. I due si fronteggiano e finiscono per rispecchiarsi l’uno nell’altro. Freud affonda nell’abisso di Benito Mussolini e di sé, mentre Anna indaga il proprio corpo e desiderio. Le sedute divengono presto monologhi, confessioni attraverso cui il Duce rivela come da sempre tenti di scolpire la propria persona: dannunzianamente, un’opera d’arte; ma forse solo una maschera lucente su un’anima corrosa. Le sue azioni sono innescate da un istinto di morte, distruttivo e autodistruttivo. Il terrore del vuoto interiore viene riempito da un ego ipertrofico, un Io che mangia, beve, seduce, depreda e domina, aspettando il momento di deflagrare.
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