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Malgrado vi fioriscano le asperule, la strada di campagna evocata da Regina Ullmann è tutt'altro che amena – è polverosa, tormentata. Attraversa luoghi remoti, abitati da gente che soffre «come il ferro nelle tenaglie ardenti del fabbro», e chi la percorre è sfinito, in fuga, oppresso dalla perdita e dal dolore. Tutti i personaggi dei racconti qui riuniti sono in fondo viandanti: il destino estraneo che è stato loro assegnato li spinge alla ricerca di «una piccola e accogliente Tule» dove trovare rifugio per un po', sgranare i giorni e incidervi malinconia e disperazione. Nessuno di loro sembra avere una storia – semmai un tempo interiore immemore e geologico –, ma si intuisce che la vita li ha colpiti duramente, sino a ridurli al loro agire cadenzato e quotidiano, sino a renderli pressoché inconsistenti: come il liutaio gobbo trincerato nell'ordine odoroso di legno del suo laboratorio, in cui il mondo e l'amore non possono entrare perché lo annienterebbero. Ellittici, violentemente poetici, questi racconti paiono risalire il tempo controcorrente, sino ad attingere la forza visionaria e trasfigurante delle antiche leggende: e nessuno dopo aver letto L'insegna di una vecchia locanda potrà mai dimenticare l'immagine, simile a una miniatura o a un emblema, del branco di cervi che nella foresta velata di nebbia massacra il giovane contadino colpevole di voler possedere una ragazza minorata e splendida come una genziana – loro sorella.
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