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Composto negli anni Trenta e pubblicato nella sua versione definitiva nel 1937, Titanic è uno dei vertici della poesia di Benjamin Fondane. Il naufragio del grande transatlantico diventa la metafora di una civiltà in rovina: la nave è la Terra stessa che cola a picco «fuori dello sguardo dell’essere», trascinando con sé l’illusione del progresso e le certezze della ragione. Fondane trasforma la catastrofe in un viaggio metafisico attraverso la Storia, l’esilio e la solitudine dell’uomo moderno. Il poeta-viaggiatore attraversa città, oceani e memorie per interrogare la perdita di senso, la violenza della modernità, il destino degli erranti e dei perseguitati. La parola poetica, contaminata e visionaria, diviene l’unico strumento di resistenza contro la disumanizzazione e l’oblio. Nel ritmo vertiginoso dei versi, la voce di Fondane si leva come un canto d’insurrezione e di pietà, un «grido perfezionato via via che lo si emette». Il suo Titanic non è soltanto il poema di un naufragio, ma la testimonianza estrema di una fede nella poesia come ultimo spazio di verità e di salvezza. Con uno scritto di Monique Jutrin.
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